L’urlo

scritto e diretto da Giuseppe Sangiorgi
liberamente ispirato a “Il Contrabbasso” di Patrick Suskind
drammaturgia musicale di Damiano D’Amico
con Damiano D’Amico e Giuseppe Sangiorgi
luci Michele Ambrose
produzione: BABEL
in collaborazione con Compagnia Massimo Verdastro
con il sostegno di Spazio Franco

“Scrivendolo, ho attinto a esperienze personali, nei limiti in cui ho trascorso e trascorro la maggior parte della mia vita in stanze sempre più piccole, l’abbandonare le quali mi riesce sempre più difficile.”
Patrick Suskind

Lui (non si conosce il suo nome) è un uomo, chiuso in una stanza ad isolamento acustico, che parla con un interlocutore (non ben definito) di se, della sua vita e del suo contrabbasso. Lui è un contrabbassista di fila, perso nella massa dei contrabbassisti (arrivano ad essere anche in dodici a volte) che popolano l’Orchestra di Stato di un’importante città tedesca. Nessuno lo nota, nessuno lo ama, lui stesso si ama molto poco. Ancora meno ama il suo contrabbasso, croce e delizia delle sue aspirazioni, strumento dalle incredibili possibilità timbriche, eppure relegato alla mera funzione di sottofondo ritmico-sonoro: senza di lui l’orchestra esploderebbe in una “confusione linguistica di tipo babilonese”… eppure nessuno lo apprezza, nessuno lo avverte. Questo l’impulso che genera il suo ininterrotto flusso di coscienza durante il quale snoda le proprie frustrazioni, i desideri, l’odio nei confronti di un ruolo che lo relega ad ultima ruota del carro. Una parabola tragicomica che celebra l’impossibilità dell’autoaffermazione: vorrebbe essere un solista ma non si esercita abbastanza, vorrebbe conquistare una fascinosa giovane soprano ma non ha la forza di rivolgerle la parola, vorrebbe liberarsi della soffocante sicurezza del posto fisso ma non osa licenziarsi. Questa cascata di parole viene sollecitato dalle numerose birre che continua a bere. E più beve, più “quella maledetta cassa” del contrabbasso diventa ingombrante e la stanza sempre più rimpicciolita. Alla fine decide di fare una follia: andare all’opera, sedersi al suo posto, tendere l’archetto, aspettare l’ultimo colpo di tosse prima dell’inizio, e non appena il direttore alza le braccia per dare l’attacco, urlare il nome dell’amata “Sarha!!” In un colpo solo otterrebbe il licenziamento, si dichiarerebbe all’amata e avvierebbe finalmente una luminosa carriera da solista. Troverà il coraggio?