Se le api sono poche è un lavoro sulla creatività, quel tipo speciale di creatività propria del gioco, quel luogo sospeso in cui la realtà continua ad esistere e ad essere trascesa: quello spazio terzo in cui tutto può accadere, spazio potenziale, impegno esistenziale che inventa il mondo invece di distruggerlo.
La miccia di questo lavoro è la relazione tra adulte e bambine, le bambine che siamo state, le adulte che saremo.
Il mezzo per esplorare questo dialogo sono vecchie coperte di lana all’uncinetto e i corpi.
Le coperte sono forme e colori, elementi spaziali, forme geometriche, campiture colorate. La
scena, come la tela o il foglio, è uno spazio in cui si giocano forze e direzioni orizzontali, diagonali e verticali tra corpi, che si attraggono e si respingono in un equilibrio mobile fondato su contrasti volumetrici e ritmici che si risolvono in un’unità anch’essa dinamica, data dai corpi vivi.
Le coperte sono un oggetto inesauribile: sono tana, riscaldano, diventano ali, tappeti, coprono i corpi, li proteggono, offrono opportunità. La lana è un materiale antico, pesante, ruvido, le coperte sono presenze delle case delle nonne, spesso cucite dalle loro mani.
I corpi delle donne e delle bambine che hanno animato le coperte, vengono s-coperti a poco a poco nella loro sembianza più umana, ma con le coperte continuano a ricreare figure zoomorfe.
Basta una coperta se non abbiamo giocattoli. Basta il sogno, se le api sono poche.
Non appena si scoprono, i corpi nascono, o rinascono, nella loro forma individuale ma in gioco tra loro: inventano un due tre stella con nuove regole segrete, e il twister, che dà vita a giochi sonori, quelli ritmici con le mani, che le bambine amano tantissimo da sempre.
Poi si separano e si guardano, forse si rispecchiano: le bambine inventano filastrocche, le ragazze danzano il desiderio che le muove dal più profondo di loro stesse per sopravvivere in un mondo in disfacimento. Tra il volo e lo schianto ci sono i tentativi, gli errori, le cadute.
La scrittura coreografica di questo lavoro non è calligrafica, sfugge la ripetizione uguale a se
stessa, senza per questo essere imprecisa, per rinnovare il sentire dell’organismo vivo e sensibile che danza nel qui ed ora dell’esperienza, stando a contatto con il proprio vissuto fisico ed emotivo.
La danza delle bambine, ma più in generale il loro modo di stare sulla scena, che non è così
diverso da quello che hanno di stare nella vita, esprime un ritmo e una qualità di movimento
originaria, spontanea, anche se mescolato con gli apprendimenti, con la passione dell’imparare e del provare. La sfida è lasciare che l’impulso profondo che muove ciascuna non sia annegato in una forma chiusa come un’abitudine nella ripetitività dello spettacolo, che l’educazione e le prove non siano uno sradicamento, un’imposizione, ma un fertilizzante i cui frutti non sono prevedibili.
In questo spettacolo i quattro corpi, piccoli e grandi, creano uno spazio vivo, aprono la scena alla vita, sono presenza e organismo che respira ogni volta.
EMILIA GUARINO
Emilia Guarino è danzatrice, coreografa e pedagogista del movimento. Porta avanti una ricerca femminista, ecologica e anticapitalista a partire dal corpo. Cofondatrice di Diaria Palermo, è artista associata di Mare Memoria Viva e del collettivo Genia. Cura il Public Program di Prima Onda. Laureata in Letteratura Greca, formata tra Italia e Francia, lavora tra creazione, formazione e progetti sociali. Il suo ultimo lavoro è Come l’acqua che scorre.