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L’Officina SenSì è un progetto di ricerca teatrale che indaga e lavora gli strumenti del teatro sensoriale e performativo. Memorie fisiche, spazi, esperienze.

Il progetto nasce in seguito al percorso formativo condotto dal Teatro de Los Sentidos di Enrique Vargas, articolato in tre fasi e preliminare alla messa in scena dello spettacolo “Abitare Palermo”, a cui alcuni artisti dell’Officina hanno partecipato.

L’Officina SenSì lavora sul limite creando esperienze performative pensate per spazi non tradizionali. La drammaturgia è costruita sullo spettatore che, chiamato ad attraversare il proprio personale immaginario, ne diventa viaggiatore. Qui e ora.

Nel novembre 2010 il progetto entra a far parte della Red Internacional de Investigación en Poéticas de los Sentidos, Barcelona.

Al progetto Officina SenSì lavorano: Simona Argentieri, Piero La Rocca, Maurizio Maiorana, Daniela Mangiacavallo, Giuseppe Provinzano. Cinque professionalità distinte — attori, danzatori, scenografi, autori, registi, operatori di teatro sociale, musicisti — che collaborano sulla base di un linguaggio comune, conservando la propria eterogeneità come una risorsa.


SINOSSI DI UNA RICERCA

La nostra ricerca pone l’attenzione sulla componente performativa e spaziale, attraverso l’uso di un linguaggio che si presti a stabilire nuove relazioni.

Abbiamo sviluppato artisticamente un nuovo e differente modo di intendere e interpretare i dogmi del Teatro Sensoriale di stampo vargassiano, creando esperienze da far vivere secondo canoni che sfociano nella performance e affrontando ricerche che toccano piani artistici, storici e antropologici, affondando però nelle nostre personali radici culturali piuttosto che sui libri.

Il principio di questa ricerca, quindi, è di tipo performativo-antropologico: abbiamo individuato una radice universale dell’essere umano a cui si può accedere attraverso i sensi e attraverso la stimolazione fisica e mentale di un ricordo.

Ci riferiamo a questa universalità facendo leva su emozioni archetipiche che hanno sede nella memoria del corpo, individuando così nuovi e, di spettatore in spettatore, personali livelli di comunicazione.

L’esito teatrale che ne consegue è un’esperienza di confine: non accade su palcoscenici tradizionali e non si sviluppa a partire da un testo, ma piuttosto è un lavoro che cerca spazi che attori e spettatori insieme possano “abitare” per il tempo destinato all’esperienza da vivere.

Gli spettatori, in gergo viaggiatori, non saranno “condotti” in percorsi, ma vivranno la loro esperienza a stretto contatto con gli abitanti, gli attori, che in qualche modo si confonderanno con e tra loro e che insieme a loro viaggeranno, prestando la loro esperienza al fine di una personale esperienza del singolo.

Questo valore performativo rappresenta l’essenziale e primaria distanza da quello che consideriamo il nostro punto di partenza: Enrique Vargas.


NOTE DI REGIA

La performance si fonda sul rito in uso in Sicilia: quando muore un parente, la famiglia organizza nelle case un banchetto che ha la funzione di consolare i vivi più vicini al defunto per la perdita del caro, ma anche di nutrire lo spirito del defunto in questo passaggio.

Dunque il cibo, anche nella vita privata, ha un ruolo fondamentale, non solo di sostentamento in un momento difficile, ma di consolazione e nutrimento dell’anima.

Quest’uso simboleggia una forma di patrofagia simbolica che, in molte società primitive dell’Australia e della Nuova Guinea, è una forma d’uso affatto simbolico. In alcuni villaggi, infatti, i vivi si cibano dei resti del corpo del defunto per farlo rivivere in loro.

In Sicilia, invece, i vivi consumano il cibo accanto alla stanza del morto, ma è di lui stesso che vorrebbero cibarsi, inglobare tutto lo spirito del caro che può rivivere dentro di loro. È un rito di continuità simbolica e di iniziazione per una trasformazione dalla morte a una nuova vita.

Fino a qualche decennio fa, si usava consumare il cibo sulla tomba dei propri morti per nutrire l’anima dei morti.

Nello specifico, nella società siciliana il dovere di esserci e apparire nei momenti più difficili si manifesta in modo concreto e coinvolge i sensi, quello del gusto in special modo, che, se viene appagato in maniera degna, è come se venisse appagata una parte dell’anima di chi soffre.

Il dovere di fare una visita, di entrare nell’intimità del dolore di chi resta, è più efficace se ancora il defunto è in casa, dunque durante la veglia funebre.

Questa celebrazione, che dovrebbe rappresentare il momento più intimo di ogni persona resa vulnerabile e inerte di fronte all’ineluttabilità della morte, diventa invece un altro modo di esporre il proprio essere collettivo, dove viene fuori la condizione dell’uomo solo in un io ingombrante.

La performance scandisce i tempi e mette in luce i luoghi del rito che si compie da secoli, coinvolgendo il pubblico in un ritmo formale e allo stesso modo intimo.

Le tre fasi della performance — compressione dei ricordi, intimità di un affetto e decompressione di un sorriso — permettono al viaggiatore di percorrere un viaggio a ritroso nella sua memoria e nei suoi ricordi più teneri, più dolorosi, più sorridenti.

La performance è stata già presentata al primo incontro della Red Internacional de Teatro Sensorial, avvenuto nel novembre 2010, e allo Scrusci Festival — Festival di musiche brut(t)e 2011, nonché vincitrice del Fringe Napoli Teatro Festival 2012, che vedrà l’Officina SenSì debuttare nello stesso festival nella sua edizione del 2013 con il progetto “RuSuD”.